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PADRE, LIBERACI DAL MALE.

5° CONVEGNO domenica 14 ottobre 2018: quando il male s’insinua nella famiglia

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Non un corso biblico ma un aiuto per proseguire la ricerca del Maestro attraverso i quattro vangeli. Giovedì ore 21.00 a Casciago Guida gli incontri don Norberto

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PERCORSO FIDANZATI 2018 - 2019

PRIMO INCONTRO SABATO 13 ottobre ore 21.00 Parrocchia di Casciago

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Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2018-2019

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“Piccole perle dei padri della Chiesa” del Card. Spidlik (e novantacinque)

perladue“Nessun uomo è un’isola”. I marxisti inquadrano l’uomo nel contesto dello sviluppo economico, i governi nei partiti politici, gli astrologi nell’andamento delle stelle, gli ecologisti vogliono salvarlo facendolo tornar al contatto con la natura vivente. La Bibbia invece vede l’uomo all’interno della storia della salvezza. La storia è uno strumento della provvidenza divina, il cui scopo è ben chiaro, stabilito fin dall’inizio e che nei secoli lavora alla sua realizzazione lentamente, ma instancabilmente in ogni uomo. Cristo è concepito nella mente di Dio come primo generato in tutta la creazione. E’ l’inizio di una linea che terminerà alla fine di tutti i tempi con la presenza visibile di Dio in tutto ciò che esiste. Nel credo esprimiamo questa speranza con l’affermazione:”Che verrà per giudicare i vivi e i morti”. Cristo è “veniente” in maniera continua e graduale. E’ dall’eternità il Figlio del Padre, ma è anche nato dalla stirpe del re David e dalla Vergine Maria, è il vero figlio del popolo eletto e l’erede della fede di Abramo.

spidlik2Se è “veniente”, è anche “parlante”, giacché è il Verbo di Dio incarnato. La Lettera agli Ebrei riassume così l’era precedente la sua venuta: “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai Padri per mezzo dei Profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose”. Forse ciò dovrebbe significare che ormai da allora Dio ha smesso di parlare ? E’ certamente impensabile. Cristo manda i suoi discepoli perché parlino a tutto il mondo in suo nome: è la Chiesa “insegnante”. Come nell’Antico Testamento il messaggio dei profeti collega una cosa con l’altra, così anche nel Nuovo Testamento distinguiamo tra i periodi. La prima testimonianza scritta della nostra fede ci fu tramandata dagli evangelisti. I loro seguaci ebbero il nome di Padri. Furono coloro che dovettero difendere la purezza della fede contro le eresie e adattarne la predicazione a un nuovo ambiente, attribuirle le parole appropriate nelle lingue dei popoli battezzati ed esprimerle sotto forma di dogmi nei primi sette concili ecumenici della Chiesa.

E’ interessante che provenissero soprattutto da terre che si fecero poi portatrici di una nuova cultura, viva ancor oggi come cultura europea, che ha ormai una tradizione di duemila anni, ha apportato anch’essa molto di nuovo e vuole essere creativa anche in futuro. Ma se vogliamo renderne correttamente il significato e non snaturare l’identità della missione di Cristo, dobbiamo essere sempre ben consapevoli delle radici da cui si è sviluppata. Questo si è manifestato in maniera evidente nel Concilio Vaticano II. Tutti riconoscono che questo è uno dei concili che rappresentarono un grande progresso nella vita e nella comprensione della Chiesa. Ma non dimentichiamo quale fu la circostanza che lo precedette e lo preparò. Era la ripresa dello studio dei Padri della Chiesa: la patrologia. I teologi che eccellevano in questa disciplina furono i principali consulenti nelle discussioni conciliari e nella formulazione dei testi del concilio. Dai Padri il concilio adottò anche l’atteggiamento fondamentale con cui dobbiamo avvicinarci alle verità dogmatiche, cioè chiedersi sempre cosa significano per la vita spirituale. La spiritualità è quindi una parte essenziale della dogmatica e dell’insegnamento catechistico.

spidlk2Gli scritti che ci hanno lascito i Padri sono molti e composti in stile diverso. Per questo nei monasteri si abituarono presto a comporre piccole antologie per l’uso pratico. Da una lunga lettura sceglievano un pensiero emblematico che serviva poi per la meditazione. Alcuni fecero buone scelte, che quindi furono anche diffuse. Per esempio nell’XI sec. divenne famosa l’antologia di Nikon della Montagna Nera (presso Antiochia). Poi i monaci abbandonarono i loro monasteri nell’Asia Minore invasa dai Saraceni e non potevano portarsi via tutte le biblioteche che avevano laboriosamente accumulato. Il manuale di Nikon doveva compensarli di questa perdita. Oggi ci troviamo in un’altra situazione. Gli scritti dei Padri della Chiesa vengono stampati in varie lingue e godono di successo editoriale. Ma per l’uso pratico anche all’uomo di oggi sono più utili alcuni brevi pensieri su cui poter meditare.

Ecco lo scopo di questo piccolo libro. Non ha pretese di completezza. I testi dei Padri sono scelti in maniera assolutamente libera. Sono accompagnati da una brevissima meditazione, tratta nella maggior parte dei casi dai pensieri dei Padri, della cui spiritualità mi sono occupato per anni. E’ come una manciata di piccole perle che ognuno potrà da solo infilare sul filo della sua vita personale.

 Tomas Spidlik

1.     “L’uomo perfetto è composto da tre elementi: corpo, anima e Spirito; quello che ci porta la salvezza e ci dà la forma è lo Spirito.” (Sant’Ireneo di Lione)

L’uomo è un tutt’uno e intero, ma è tuttavia composto da almeno due parti: l’anima e il corpo. A questo erano giunti anche i filosofi antichi. Si erano resi conto, infatti, che siamo capaci di due tipi di azione, corporale e spirituale, che si completano a vicenda. Ma ai cristiani è stato rivelato che essi sono in grado di fare anche qualcosa di più elevato, che va al di là delle capacità umane. Gesù promise ai discepoli che avrebbero fatto miracoli con la forza dello Spirito santo che avrebbe mandato loro. “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi”.

Questo continua ad accadere ancor oggi, ma noi la riteniamo una cosa eccezionale. Invece siamo tutti chiamati a ciò che costituisce il miracolo della vita quotidiana e cioè alla fede nel vangelo e all’amore. Senza l’illuminazione e l’aiuto dello Spirito Santo non saremmo capaci di queste virtù.

Come dobbiamo immaginarci questo dono dello Spirito ? Se fosse solo un aiuto esterno, allora non saremmo noi a credere e ad amare. Ma lo Spirito Santo è un dono interiore e la sua forza diventa la nostra. Perciò i Padri greci della Chiesa lo ritenevano la terza componente del nostro “io”. Predicano la cosiddetta tricotomia, la tripartizione dell’uomo.

Ai teologi occidentali sembrava troppo azzardato. Lo Spirito Santo è Dio. Possiamo davvero che Dio è in noi? Non è troppo difficile rispondere. Dio è dove agisce. Agisce in ogni luogo, perciò è onnipresente. Ma non agisce sempre allo stesso modo. Noi riteniamo che la sua presenza sia più intensa nel tempio, perciò diamo a questo edificio il nome di casa di Dio. Il vero tempio è poi il cuore umano. Perciò anche l’uomo è dimora di Dio, come promesso da Gesù: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Dato che la presenza di Dio è attiva, ci trasforma.

San Basilio Magno chiama lo Spirito Santo luce, con questa spiegazione: “Come nell’occhio sano è la capacità di vedere, così nell’anima pura è l’azione dello Spirito”. Attraverso lo Spirito Santo, possono diventare sante creature che per la loro essenza non lo sono. Nel Credo affermiamo che lo Spirito dà la vita, che è “afflato vitale”.

2.     “La grazia è nascosta segretamente nelle profondità dello spirito dall’istante del battesimo, ma occulta la sua presenza ai sentimenti”. (Diadoco di Fotica)

L’uomo è creato in modo da partecipare alla grazia di Dio; ne deriva, come scrive Pavel Evdokimov, che “il carisma fa parte della natura umana”. L’espressione “carismatismo” è diventata moderna. Certi gruppi si vantano che nella loro comunità “si senta lo Spirito”. Ma la questione è stata problematica fin dall’inizio. Nel IV secolo furono condannati i cosiddetti messaliani, che affermavano la necessità di sentire in sé la grazia di Dio. D’altra parte però si considerava pericolosa la malattia dell’insensibilità, la durezza di cuore verso la voce della grazia. Tra i Padri che si distinsero in questa discussione c’è appunto Diadoco, che riassunse in brevi punti il modo in cui normalmente la pedagogia divina procede con l’uomo:

  1. La grazia è presente fin dall’inizio e non è possibile separala dall’uomo, costituisce con lui una sola natura.
  2. All’inizio di un’intensa vita spirituale solitamente la sentiamo come una consolazione, una gioia spirituale.
  3. In seguito di solito la grazia si nasconde: con le afflizioni, Dio vuole mettere alla prova la nostra pazienza e fede.
  4. Infine, quando è finito il periodo di purificazione, giungono la consolazione duratura e la gioia interiore.

Chi vorrebbe giungere troppo rapidamente all’esperienza interiore corre il pericolo di soccombere a sentimenti non veri, ingannevoli. Dio dà la sua grazia a chi vuole, come vuole, quando vuole. I Padri diffidavano in maniera particolare di coloro che desideravano avere visioni. Viviamo dunque di speranza e ringraziamo Dio quando la sua grazia ci rafforza con consolazioni interiori in questa speranza. La stessa esperienza c’insegnerà se sono genuine quando sapremo che ci conducono al bene, a mantenere i nostri doveri, all’amore, non a illusorie fantasie che allontanano dalla realtà.

3.      “Dobbiamo dedicare ogni cura all’anima, tramite la filosofia liberarla come se fosse in prigione, in un luogo che la lega alle passioni corporali”. (San Basilio Magno)

Della salvezza dell’anima parlano o ogni passo i grandi maestri della chiesa,  i testi liturgici, la letteratura monastica. Ma non posiamo banalizzare il concetto di “anima”. La Bibbia passa facilmente dal concetto di vita al concetto di anima. “salvezza dell’anima” significa propriamente il trionfo della vita eterna. Dio si occupa della salvezza degli uomini, Cristo è il nostro Salvatore, il Vangelo  porterà la salvezza a chiunque crede. Salvarsi significa trarsi in salvo da una difficile situazione in cui ci troviamo in pericolo di morte. Questa è la situazione di tutti noi. Era facile paragonare la salvezza dell’anima, che è una necessità del Vangelo, con l’insegnamento dei filosofi, come fa san Basilio nel testo citato. Ma ciò avrebbe potuto portare al rischio di trascurare la resurrezione del corpo. I Padri ne erano consapevoli e anche citando i testi platonici che avevano studiato a scuola erano tuttavia consapevoli di credere alla salvezza dell’uomo intero. Ma alcuni autori moderni li accusano anche per un altro motivo. Obiettano che qui c’è come un egoismo spirituale. L’uomo perfetto, dicono, è disinteressato, dimentica se stesso e pensa di più agli altri. Quando una nave affonda, gli uomini d’animo nobile si occupano più della salvezza altrui che della propria. Ma anche questa obiezione deriva da un equivoco. E’ necessario notare in che modo i Padri volessero salvare la propria anima. La risposta è che ciò avviene in primo luogo soprattutto con l’amore. La salvezza della propria vita è dunque inseparabile dalla salvezza del prossimo.

In queste cose era molto coerente proprio san Basilio. Aveva iniziato a dedicarsi a un’intensa vita spirituale presso gli eremiti egiziani. Ma li lasciò, perché gli sembrava che in quel luogo non vi fosse abbastanza posto per l’amore fraterno. Divenne quindi uno dei principali legislatori della vita monastica comunitaria, in cui un individuo vuole salvarsi insieme agli altri, in cui “la pluralità dei fratelli ha un’anima sola e un cuore solo”. La Chiesa è l’unico corpo di Cristo e ha nello Spirito Santo un’anima comune. Basilio espresse dunque nelle sue regole ciò che Chomjakov ha enunciato nell’epoca moderna con questa bella formulazione: “All’inferno ognuno va da solo, ma in cielo posso andare solamente con gli altri”.

4.      “La gioia che dà il mondo è vanità. La attendiamo con grande desiderio, ma quando arriva non la tratteniamo. La tristezza di chi soffre ingiustamente è meglio della gioia di chi commette iniquità”. (Sant’Agostino)

I Padri sono concordi nell’affermare che solo la vita spirituale cristiana dà la vera felicità. I Padri della Chiesa notarono che anche i Salmi iniziano con le parole: “Beato l’uomo che teme il Signore”. Cristo iniziava le sue prediche con le beatitudini (Mt 5, 3-12). Molti fondatori di comunità monastiche promettono appunto la felicità a coloro che rispetteranno fedelmente le regole.

Oltre a questi incoraggiamenti superficiali i padri della Chiesa erano tuttavia ben consapevoli che la questione fosse molto più profonda. L’unica vera felicità si trova presso Dio e la troverà solamente chi è unito a lui, ma la troverà anche là dove ne mancano le condizioni esteriori. “Beati i poveri, gli afflitti, i perseguitati ….”: si tratta proprio di un’antitesi.

Il Vangelo dice: Siete beati anche nel caso siate poveri e perseguitati, se avete nel cuore Dio, l’unico che può dare la vera felicità. […] la sicurezza di essere sulla strada giusta.

Una persona che si trova in questa condizione è contenta anche quando le si presentano degli ostacoli. Questa interpretazione si legge soprattutto nella prima Lettera di san Pietro:”Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime”. (1Pt 1, 6-9)

5.          “Amico, conosci te stesso. Conosci la tua origine e la tua natura. E’ un percorso semplice che ti porterà a raggiungere la bellezza del primo modello (Dio).” (San Gregorio Nazianzeno)

I cristiani hanno fatto proprio l’aforisma scolpito sul tempio di Delfi, commentato anche da Socrate: “Conosci te stesso!”. E’ interessante fino a che punto se ne siano occupati gli autori spirituali. Non può essere altrimenti, dato che crediamo in un Dio personale, che crea l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma è importante rendersi conto del senso in cui gli autori spirituali intendono la conoscenza di sé.

Già il pensatore ebreo Filone di Alessandria avvertiva che dev’essere una conoscenza morale e che il suo scopo è quello di migliorarsi. Secondo le parole di Origene è una scienza il cui oggetto non è la psicologia, ma le virtù e i vizi.

Secondo san Giovanni Climaco è come il sole: non insisteremo nel guardare direttamente il fulgore, ci accecherebbe. Possiamo osservare in modo più sicuro il moto del sole guardandone il riflesso nell’acqua. Vediamo per esempio quanto sia caritatevole con gli altri un santo e riusciamo subito a dedurne: quanto è infinitamente più caritatevole con noi Dio, di cui il santo è riflesso sulla terra. Ai bambini piace collezionare fotografie. Viaggerebbero volentieri, ma sono ancora piccoli. Per questo collezionano le bellezze del mondo in piccole immagini. La Chiesa, che è chiamata a mostrare alla gente le bellezze del mondo divino, fa qualcosa del genere, mostrandole in molte “piccole immagini” di santi di tutti i tipi.

Ma così conosciamo meglio anche noi stessi e le nostre possibilità. Quando leggiamo insegnamenti sugli ideali raggiunti dalle persone nella storia, li ammiriamo, ma al tempo stesso sospiriamo: “Non è per me, io sono un debole uomo comune”. Ma quando raccogliamo più immagini sacre, alla fine ci viene in mente quello che venne in mente a sant’Agostino: ”Se hanno potuto quegli uomini e quelle donne, perché non potresti anche tu, Agostino?”.

Basta provarci. E se ci riusciremo almeno in parte, conosceremo un po’ di ciò che si trova in noi stessi e che non sapevamo, o non credevamo. Conoscerà meglio se stesso chi ha riconosciuto che Dio stesso gli sta vicino, che è sempre disposto a completare ciò che ci manca.

6.         “Quando Dio creò l’uomo mise in lui un seme celeste, una sorta di capacità più viva e più brillante di una scintilla, perché illuminasse il suo spirito e gli desse il discernimento tra il bene e il male. Lo chiamiamo coscienza, che è la legge innata.” (San Doroteo di Gaza)

La coscienza dice che vi è in noi una certa capacità insieme cum scientia, “con la consapevolezza”. Ha la sua funzione in caso di decisioni morali personali. Ma l’espressione si è evoluta nel corso della storia. Ciò che oggi chiamiamo coscienza, si indicava originariamente con la parola cuore. Seneca parla di uno spirito che dimora nell’uomo, “che osserva e registra le buone e le cattive azioni”.

Secondo Filone è Dio che lo ha messo nell’uomo. Si manifesta con una sorta di parola interiore che ci parla. E’ la voce di Dio stesso, che parla all’uomo che ha creato. Dunque la voce della coscienza è la prima e fondamentale fonte della rivelazione. Per Adamo in Paradiso era sufficiente, non aveva bisogno di una legge critta. Quella voce fu assordata dal peccato. Perché la coscienza si risvegliasse nuovamente, Dio inviò alla gente i profeti, che parlavano e scrivevano.

La Sacra Scrittura non serve quindi a “sostituire” la coscienza con la legge, ma a raffinarla con lo spirito divino, che poi inizia nuovamente a parlare forte e distintamente. “Nessuna forza al mondo la soffocherà, fino alla tomba i tristi suoi pensieri sussurrerà”.

La coscienza non serve solo ad accusarci del male, ma soprattutto a invitare al bene colui che ha imparato ad ascoltarla. In Oriente l’ascolto attento a questa voce viene detto “preghiera del cuore”. Si mette l’accento sul fatto che si tratta davvero di una voce interiore. In questo si differenzia radicalmente dalle tentazioni, dalle ispirazioni verso il male, che vengono “dall’esterno”, hanno il carattere di qualcosa di estraneo all’uomo.

Lo Spirito Santo, che parla nella nostra coscienza, appartiene a noi, perché noi siamo l’immagine di Dio. Se dunque ascolteremo la sua voce, sentiremo anche noi stessi e, obbedendo, diverremo più liberi.

7.                “La libertà è la somiglianza con chi non ha un signore ed è sovrano; è la somiglianza che ci ha dato Dio all’inizio … Con la libertà diveniamo dunque simili a Dio e felici”. (San Gregorio Nazianzeno)

Nella libertà le persone vedono soprattutto la “libera scelta”, che si esprime soprattutto nei contatti sociali, nel rapporto dell’individuo con la società. Secondo Aristotele è libero solo ciò che non ha la sua causa in nient’altro che in se stesso: Io voglio. Ma nel mondo vale la legge opposta: ciò che si muove è stato messo in moto da qualcos’altro. Dio è l’unico la cui azione non sia definita da qualcosa di esterno. Se anche l’uomo si esprime liberamente, significa che vi è in lui qualcosa di divino. Ma poi ci chiediamo come sia possibile che l’uomo decida di fare qualcosa di male.

Per rispondere a questa domanda, Gregorio distingue tra due idee di libertà. Dio può tutto, ma solo tutto ciò che è buono. L’uomo ha la pienezza della libertà quando non sente alcun impedimento nel compiere il bene. Adamo nel Paradiso aveva questa libertà, ma con il peccato ne abbiamo perduto la pienezza. Nella sua misericordia però Dio ci ha lasciato di decidere tra l’una e l’altra cosa, certo, spesso con moliti impedimenti. Abbiamo ricevuto questa libertà imperfetta perché ci permettesse di ritornare alla pienezza originaria. Quando qualcuno decide liberamente di fare qualcosa di male, agisce male? Si giustifica dicendo che dopotutto è libero. Gregorio risponde: Si serve della sua libertà imperfetta per distruggere il ritorno alla vera libertà. Peccando l’uomo usa la libertà per distruggere la libertà. Certo, è una cosa perversa.

Il fidanzato si sente davvero libero quando nulla gli impedisce più di prendere in sposa colei che ama veramente. Nella Bibbia e nei Padri questo amore è paragonato all’amore dell’anima nei confronti di Dio, l’unico vero bene. I Padri esprimono questa condizione con una sola parola: l’atteggiamento libero verso Dio, verso la visione di Dio faccia a faccia. Questa è una libertà che libera dal male, dal destino, dalla distrazione durate la preghiera, persino dalla morte stessa.

La raggiungeremo solo nell’unione con Cristo, come leggiamo in san Giovanni: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”. San Paolo sviluppa ulteriormente questo pensiero: Gesù, che è verità, ci libera con il suo Spirito, così che “dov’è lo Spirito del Signore vi sia libertà”.

8             “Né Dio, né la grazia dello Spirito Santo diminuiscono la nostra libertà. Per fare il bene è sufficiente volerlo”. (San Giovanni Crisostomo)

Nella teologia occidentale si parla molto della necessità della grazia. Fin dall’epoca di sant’Agostino si scrivono trattati in proposito. Mette molto in risalto la debolezza umana, perché scrive contro i pelagiani, che sopravvalutano le forze umane. In Oriente questa eresia era meno diffusa. Per questo i Padri greci, al contrario, mettono in risalto il tema della volontà umana. Della grazia parlano a un altro proposito: la “deificazione dell’uomo”. L’uomo è fatto a immagine di Dio, e perciò la grazia si identifica con la sua natura, appartiene alla struttura umana. Certo, anche in Oriente sorsero discussioni su ciò che in noi è “opera divina” e ciò che è “opera umana”.

Questo ha dato a san Giovanni Damasceno l’occasione di sviluppare la dottrina sulla libertà umana e sull’aiuto divino, che spiega chiaramente come l’uomo abbia ricevuto la capacità di scegliere tra il bene e il male, ma malgrado ciò la realizzazione del bene dipenda dalla collaborazione divina con la nostra volontà.

“Devi fare come se tutto dipendesse da te, ma prega come se tutto dipendesse dalla grazia di Dio” sant’Ignazio di Loyola.

Non è una regola nuova. Si trova già nelle omelie dello Pseudo-Macario e vi è spiegata con un paragone evidente. Il contadino lavora e tutti sanno che di solito il raccolto dipende da come ha coltivato il campo. Ma il contadino prega anche perché il raccolto dipende dal tempo, dal sole e dalla pioggia, che sono doni del cielo. L’azione dell’uomo e l’azione di Dio si uniscono qui in un’unica azione.

Nelle discussioni in Occidente è nato invece un altro paragone: come quando una mano scrive una lettera con la penna. Tutta la lettera è scritta con la penna e tutta la lettera è scritta con la mano. Qui, insieme all’energia umana, agisce anche l’energia di Dio, così come, in Cristo, Dio si è incarnato nell’uomo, perché vi fosse un’unica persona, il Dio-uomo, che poi divenne una cosa sola con chi possiede il suo Spirito.

Occasione per recuperare la ricchezza di questi uomini di Dio e arricchirsi di quanti hanno fatto della loro vita una “inabilitazione” dello Spirito. (don Norberto)piccoleperle