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“La mia vita con Mozart” di Eric-Emmanuele Schmitt (e novantasei)

perladueLa storia di un ragazzo che non riesce a trovare la propria anima e che infine si salva e impara ad amare la vita grazie alla musica di Mozart diventa l’occasione per ascoltare alcuni dei migliori brani del compositore austriaco. Guidati dall’orecchio esperto di Schmitt scopriamo tra le note di Mozart risposte ai grandi quesiti dell’esistenza: Dio, l’amore, la morte, perché viviamo, cos’è il dolore.Scopriamo come l’infanzia diventi spirito dell’infanzia in età avanzata. Scopriamo come la profondità e la leggerezza non siano l’una il contrario dell’altra. Scopriamo come sofferenza e allegria non si escludano a vicenda. Scopriamo che l’arte è semplicità, che non c’è bisogno del rumore e delle tinte forti per affermare la bellezza né per incantare il pubblico.

Questo racconto di Eric-Emmanuel Schmitt – profondo come un’opera filosofica e avvincente come un romanzo – non è solo una guida all’ascolto di Mozart; sarebbe forse più esatto definirlo una guida all’ascolto di noi stessi tramite Mozart..

(Ndr. con la presenza anche del CD)

 

Schmitt3E’ stato lui a cominciare lo scambio epistolare. Avevo quindici anni. Un giorno mi ha mandato una musica che ha cambiato la mia vita. O meglio, mi ha tenuto in vita. Senza quella musica sarei morto.

Da allora gli scrivo spesso, poche parole che scarabocchio su un angolo libero di tavolino mentre elaboro un libro o lunghe lettere buttate giù di notte quando sulla città grava un cielo arancione senza stelle. Quando gli va, mi risponde. Sempre sorprendente, sempre folgorante, che sia durante un concerto, nella sala d’attesa di un aeroporto o a un angolo di strada.

Ecco il succo del nostro scambio: le mie lettere, i suoi brani. Mozart si esprime con i suoni, io compongo testi. Più che maestro di musica, è diventato per me maestro di saggezza, insegnante di cose rare: lo stupore, la dolcezza, la serenità, la gioia …. Possiamo definirla amicizia? Da parte mia è amore, e anche riconoscenza.
Da parte sua …….

A quindici anni ero stanco di vivere. Probabilmente solo da giovani ci si può sentire così vecchi …. Senza quella mano che mi ha trattenuto mi sarei lasciato scivolare nel suicidio, in quella morte seducente e rassicurante che mi tentava, trappola nascosta in cui anelavo a infilarmi con discrezione per mettere fine al mio dolore. Di che si soffre a quindici anni?

Proprio di questo: di avere quindici anni, di non essere più un bambino e di non essere ancora uomo, di nuotare in mezzo a un fiume dopo essersi lasciato una sponda alle spalle e non aver ancora raggiunto l’altra, di finire sott’acqua, bere, riaffiorare, lottare contro le minacce della corrente con un corpo nuovo che ancora non si conosce, solo, soffocato.

Violenti i mie quindici anni. Rudi. La realtà picchia, entra, si piazza e fa fuori le illusioni. Da ragazzino potevo fantasticare su mille destini – aviatore, poliziotto, prestigiatore, pompiere, veterinario, garagista, re d’Inghilterra -, immaginare una quantità di aspetti fisici – alto, magro, tarchiato, muscoloso, elegante -, dotarmi dei più svariati talenti – matematica, musica, danza, pitture, bricolage -. Attribuirmi il dono delle lingue, l’abilità sportiva, l’arte della seduzione … Insomma, potevo espandermi in ogni direzione perché non possedevo ancora una realtà. Com’era bello l’universo finché non era ancora quello vero … E a quindici anni, ecco che il mio campo d’azione si restringeva, le possibilità cadevano come soldati in guerra, e con esse i miei sogni. Carneficina. Massacro. Avanzavo in un cimitero di speranze.

 

Caro Mozart,
quando sei entrato nella mia vita non era la prima volta che ti incontravo. Proprio per niente. Mi eri familiare, come un volto incontrato e mai osservato, una faccia conosciuta e non riconosciuta, come un vicino che non abbia ancora attirato l’attenzione.

Ti conoscevo attraverso la radio e i dischi di famiglia. Apprezzavo al tua musica perché, avendo preteso di imparare a suonare il pianoforte a nove anni, quando mi sono imbattuto in te conoscevo già le tue sonate. Allora perché questa sordità selettiva?

Del resto, non tardai a individuare questa stessa sordità negli altri. La settimana dopo, con tutta la famiglia, andammo a una rappresentazione delle Nozze di Figaro in costume e con l’orchestra.Quando la contessa cantò le sue arie, venni di nuovo inondato dalla grazia. In lacrime guardai mia madre e mia sorella, ma non sembravano trasportate quanto me. Durante l’intervallo presi atto a malincuore che non avevano provato alcuna sensazione forte; ammettevano che la cantante avesse una bella voce, ma le rimproveravano un fisico poco credibile, troppo imponente. “Ma la musica, mamma, la musica! Hai sentito quel pezzo?.

Tu, caro Mozart, sei stato un colpo di fulmine a scoppio ritardato.
Il colpo di fulmine è un mistero sia nell’amore che nell’arte.
Non ha niente a che vedere con una “prima volta”, perché spesso ciò che si trova ce l’abbiamo già. Sì, più che una scoperta è una rivelazione.
Rivelazione di che? Non del passato, non del presente. Rivelazione del futuro ….
Il colpo di fulmine rientra nel campo della preconoscenza… Il tempo si contrae, si piega, e in un secondo sgorga l’avvenire. Viaggiamo nel tempo. Otteniamo l’accesso non alla memoria del passato, ma alla memoria del domani. “Ecco il grande amore degli anni che vivrò d’ora in poi”.
Questo è il colpo di fulmine: capire che c’è qualcosa di forte, di intenso, di meraviglioso da condividere con qualcun altro.

 

Schmitt2Caro Mozart,
è successo ieri.
Mi hai sorpreso a un angolo di strada, mentre la città era piegata dal vento e dalla neve. Le lacrime che mi hai strappato mi hanno riscaldato in maniera profonda sia il viso che l’anima. Ancora tremo.
Il Natale aveva rovesciato sui marciapiedi centinaia di umani angosciati di non aver abbastanza cibo e regali per le imminenti festività. I numerosi sacchetti appesi alle mie mani formavano intorno a me una corolla multicolore frusciante e infiocchettato.

Sotto un cielo blu nero, i fiocchi di neve galleggiavano nell’aria della sera sospesi ed esitanti, mentre le vetrine si riscaldavano di illuminazioni. Preda della frenesia degli acuisti, con i piedi gelati negli stivaletti umidi, correvo da un negozio all’altro, preoccupato a ogni cassa di trovarmi a corto di denaro, fiero di averne abbastanza, ripetendomi venti volte la lista degli invitati per essere sicuro che ognuno avesse il suo regalo, prevenendo suscettibilità, immaginando determinate reazioni.

A quel punto sei intervenuto tu. Una musica mi ha fatto girare su me stesso : un coro cantava. Ave verum corpus di Wolfgang Amadeus Mozart. C’era nell’aria qualcosa di probo, di raccolto, che mi ha immobilizzato.

Qualche secondo dopo dalle mie palpebre sono sgorgate le lacrime, violente, calde, salate, senza che avessi la possibilità di tergerle.
Dov’eri quando l’hai scritto? Un che anno? Che mese?
Comunque sia ero io che, grazie a te, scoprivo improvvisamente dov’ero.
Ho alzato la testa. Natale ai piedi della cattedrale …. Non me n’ero accorto, prima.

Intorno a me i caseggiati della vecchia Lione si aprivano davanti al sagrato di San Giovanni. Sugli scalini del portico, rifugiati sotto gli archi per proteggersi dalla nevicata, i cantori, stretti l’uno contro l’altro, giacca a vento contro giacca a vento, piccoli ghiaccioli sotto le narici, emettevano una nuvoletta si vapore ogni volta che aprivano la botta. Ho alzato gli occhi verso le guglie, la vista si è annebbiata …..Natale……. Mi rivelavi che stavamo vivendo un momento sacro.
Ave verum corpus natum
De Maria Virgine:
Vere passum, immolatum
In cruce pro homine.
Cujus latum perforatum
Fluxit aqua et snguine:
Esto nobis praegustatum
In mortis examine.

 

Caro Mozart,
quando scrive una messa, Mozart non pensa che Dio sia sordo. A differenza dei romantici e dei moderni, non rivaleggia con il cielo in potenza sonora né impiega, per farsi sentire, cori e orchestre numerosi come l’esercito cinese.

D’altronde, quando scrive una messa, presume che neanche l’uomo sia sordo. Tu, Mozart, credi in Dio con la stessa naturalezza con cui componi, senza fracasso. Quando capita, adori interpretare musicalmente delle cerimonie, siano esse cattoliche o massoni: lo fai su richiesta, certe volte di tua iniziativa, come nel caso della magnifica e incompiuta Messa in do minore che hai  composto per la guarigione di tua moglie Costanza.

Quando non credevo in Dio la sentivo per goderne la musica, una delle più belle che conoscessi. E già mi incantava.

Ora che credo, è il canto della mia fede, un canto che si eleva verso il cielo, sopra questa terra che produce così tante lacrime, un canto felice, incessante, puro, di continuo rinnovato, un volo d’allodola nell’azzurro. E’ una musica simile a una sorgente, conduce a una tenerezza originaria, un tenerezza da cui tutto proviene, un amore profuso, diffuso, la tenerezza del creatore.

 

Schmitt1Caro Mozart,
per un sacco di tempo ho visto la tua scomparsa prematura come un argomento contro Dio. A quelli che dicevano: “La musica di Mozart mi fa credere in Dio”, rispondevo: ”La morte di Mozart mi impedisce di credere in Dio”. Trentacinque anni e ancora tante cose da realizzare …. Non è ingiusto che un genio come te muoia giovane quando tanti cretini campano fino a diventare vecchi? Se dio esiste e si interessa agli uomini, perché lascia agonizzare Mozart  e fa prosperare Hitler?

Poi ho capito l’inutilità di questo genere di requisitorie. Non dobbiamo accusare Dio degli avvenimenti organici, perché essi hanno le proprie leggi sottomesse al caso. Dal punto di vista di Dio, insieme alla nascita ci viene donata la morte: il pacchetto è uguale per tutti.

Una vita è per forza di cose un edificio incompiuto. Anche il tuo Requiem resterà incompiuto. Si ferma nel silenzio, il solo accordo definitivo: e quello, Mozart, non potevi né volevi scriverlo. Requiem o preludio al silenzio … Nessuno sentirà mai la messa che viene suonata al proprio funerale. Neanche tu.

Una tua lettera, scritta nelle ultime ore di vita, per una volta ti ritrae meglio della tua musica. “Sono sul punto di spirare. Mi spengo prima di aver goduto del mio talento. La vita, peraltro, era così bella, la mia carriera si affacciava su auspici talmente fortunati …. Ma non si può cambiare il proprio destino. Nessuno conosce la misura dei propri giorni; bisogna rassegnarsi: sarà come piacerà alla Provvidenza”.

Lasci questa terra il 5 dicembre 1791. Da allora non ci hai più abbandonato. Il genio è un paesaggio troppo vasto perché i contemporanei lo colgano nella sua pienezza: ne capiscono solo i particolari evidenti, come il talento, la prolificità oil virtuosismo; ci sono voluti secoli per abbracciare il tuo. Tu, piccolo uomo carico di incombenze e che morivi dalla voglia di riconoscimenti immediati, avevi bisogno di tempo per far comprendere all’umanità che eri un gigante.

La nostra esistenza viene gaiamente rinnovata in un canto di giubilo dove anche il dolore e la disgrazia trovano il loro posto, perché essere felici non vuol dire proteggersi dalla disgrazia, ma accettarla.

Eric-Emmanuel Schmitt

P.S.: Un giorno mi spegnerò a mia volta. Che mi consigli come musica, quando sarà il momento? Dài un’occhiata al tuo repertorio, se non ti dispiace, e mandami un suggerimento. Non vorrei né un’aria triste né un pezzo pomposo; mi chiedo cosa ci starebbe bene.

 

E’ un libro per chi crede  nel colpo di fulmine, nell’incredibile Mistero e nella Sua rivelazione: tanto intensa e meravigliosa quanto difficile da condividere.

Teresastoriaconmozart