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Saluto di Don Norberto

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Programma

Settimana di Oratorio

Al rientro dalle vacanze... prima di andare a scuola... ci troviamo una settimana all’oratorio - 2/6 settembre 2019

Volantino

Orario estivo S. Messe

da sabato 13 luglio a domenica 25 agosto 2019

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“Solitudine: deserto o giardino?” di Bianchi, Bobin, Lacroix (e novantotto)

perladueSolitudine: una parola che abitualmente suona come negativa, che fa paura, perché rimanda all’immagine di una landa desolata, a una situazione chiusa, di isolamento, addirittura di reclusione in prigione. Quando si afferma che qualcuno è solo, lo si dice con un sentimento di pena, di compassione. Sembra che le parole messe in bocca a Dio dopo la creazione di Adamo: “Non è bene che l’uomo sia solo”, risuonino come un giudizio negativo per tutta la vita,fino alla morte, anch’essa da affrontarsi in solitudine, perché se si vive insieme non si può però morire insieme …. Essere radicalmente soli significa esistere per nessuno. E’ così che la solitudine ci minaccia e contraddice il nostro, il mio essere per l’altro, in attesa che l’altro sia per me.

Gabriel Marcel è arrivato a confessare: “Non c’è che una sofferenza: l’essere solo”, ben spendo che molti uomini e molte donne sono condannati a subire questa situazione. E Victor Hugo ha scritto lapidariamente: “L’inferno è tutto in questa parola: solitudine”. Quella della solitudine è una condizione che si esprime attraverso una vasta gamma di manifestazioni esteriori, dal mutismo al grido straziante. La solitudine può infatti portare a chiudersi sempre di più in se stessi, alla paralisi di qualsiasi uscita da sé, giungendo a inibire persino il pianto e le lacrime. Altre volte, invece, la solitudine genera un lamento, spesso pieno di rabbia, abitato da bestemmie e maledizioni nei confronti degli altri, i quali tengono chiusi gli occhi, gli orecchi, le mani, la bocca ai nostri bisogni. Più che di solitudine, dovremmo però parlare di solitudini, al plurale, perché tante sono le forme in cui la solitudine può apparire, e di fatto appare, nelle nostre vite.

Enzobianchi1Innanzitutto c’è una solitudine da leggere come una sorta di destino, cioè quella solitudine in cui si precipita a un certo punto della vita, quando la morte ci strappa chi ci permetteva di non essere soli. Questa è la solitudine negativa in cui ci fa piombare la vita, con i suoi eventi di separazione, di abbandono e di morte. Forse tale forma di solitudine è la più dolorosa, perché è una “fine”: fine dell’amore vissuto, fine della relazione, fine della vita condivisa, fine di una comunicazione che coinvolgeva totalmente il partner. E’ una solitudine che solo il tempo può guarire e trasformare, ma che resta come una ferita sempre aperta.

Eugenio Montale scriveva alla morte della moglie: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino”. Sì, in questa solitudine-destino si può solo gemere, piangere, fare lamento: il pianto è l’unica cosa necessaria e sembra anche l’unica medicina possibile.

Un’altra solitudine negativa è quella dell’isolamento. Accade talvolta, spesso a partire da inizi silenziosi e nascosti, di trovarsi soli, isolati, perché tutti stanno lontano, perché non si è più vicini a nessuno. La manifestazione estrema di questa solitudine è la prigione, dove si è gettati lontano dalla vita, dagli affetti, dallo scorrere quotidiano dell’esistenza. Oggi però di fatto molti approdano a tale isolamento anche senza giungere a questa situazione limite: vi giungono soprattutto a causa di “un mondo in fuga”, di una società segnata dalla velocizzazione, in cui il singolo non ha più tempo per dare agli altri la propria presenza. Sembra impossibile, ma questa lontananza nasce dai figli stessi, dai propri cari, e l’estraneità si afferma perché i legami si mostrano fragili e sono facilmente allentati o persino troncati. E’ lo stato in cui vengono a trovarsi molti anziani, pensionati, invalidi e malati, abbandonati in parte o totalmente da quanti, impegnati a vivere, non hanno più cura di quelli che non ce la fanno a “restare nella vita”, a “correre” come loro. E’ la solitudine di chi sta alla finestra, cercando di sbirciare lo spettacolo della vita, che continua senza curarsi di chi ne è escluso.

Certo, le solitudini negative sono tante quante le persone che le vivono. Si può notare che spesso i comportamenti causati dalla solitudine ci appaiono addirittura attraverso manifestazioni di segno contrario. Il voler stare sempre in mezzo agli altri; il non saper dimorare, stare in un luogo; il parlare tanto senza interrompersi per ascoltare; la bulimia di incontri, di riunioni, di inviti ricercati affannosamente: tutto questo in verità nasconde “solitudini desolate e ululanti” (Dt 32,10), come quelle del deserto.

Ma ci sono solitudini positive. Nasciamo con una separazione dalla madre e il primo sentimento che proviamo è la solitudine, condizione che dobbiamo assumere sempre di più, per poter giungere alla maturità, alla pienezza di vita possibile. Si impara e si deve imparare ad essere soli, a pensare da soli, ad agire in base alla propria coscienza e non secondo l’omologazione dominante. Essere soli, saper stare soli è una conquista che esige fatica, esercizio, audacia. Senza la solitudine e senza il silenzio come si potrebbe conoscere se stessi, scavare in sé, innestare in sé con consapevolezza germi di comunicazione?

Occorre il coraggio di ritirarsi, di fare anacoresi, di allontanarsi dal quotidiano, dal proprio impegno, dai propri legami: e questo non per rinnegarli ma per prendere una distanza da ciò che è uscito da noi, è stato generato da noi, ma non è dentro di noi. E’ un uscire dal turbinio quotidiano per fermarsi: “Siediti e va”, diceva un padre del deserto.  In questa condizione di solitudine ci si sente corpo e spirito, ora e qui; nello stesso tempo, si sperimenta una sensazione di vuoto, ci si sente spersi.

E’ dopo aver accolto questa situazione di “dimora”, segnata dal restare nel silenzio e nella solitudine, che si può aprire il cuore e scendere nelle proprie profondità. Si sentono allora affiorare domande, si sentono parole efficaci, che ci forniscono conoscenza e consapevolezza, si accende in noi la responsabilità. Così si rientra in se stessi, si esercita il linguaggio perché si cercano e si trovano, parole per comunicare con sé. Si è resi capaci di ascoltare il silenzio, e nel silenzio la “voce sottile” (1Re 19,12) della coscienza. E’ qui che si sperimenta e si comprenda la verità della promessa di Isaia: “Exsultabit solitudo” (Is 35,1).

Si entra così nella solitudine positiva: l’incontro, il dialogo, il bacio. La solitudine ci appare come unicità: siamo unici e davanti a noi c’è l’altro, ci sono gli altri, con i quali intrattenere l’esercizio dell’amore. In questa solitudine l’amore è incontro di volti, scambio di respiro, pensieri che danzano l’uno verso l’altro, gioiosa sensazione dell’unione: “Occhio contro occhio”, la solitudine diventa giardino dell’amore, il deserto esulta e fiorisce

Enzobianchi2Mistero della presenza …

Così la cella da fornace di Babilonia diventa Santo dei santi e la solitudine diventa un roveto ardente d’amore.

Infine, si può dire qualche parola anche sulla solitudine del credente in Dio. In questo rapporto c’è l’esperienza si una solitudine abitata proprio da Dio, sicché molti credenti dalla vita spirituale profonda hanno esclamato ed esclamano: “Dio solo basta”. Come posso essere solo, se sono solo con Dio?

“Chi ha Dio per compagno non è mai meno solo di quando è solo”, ha scritto Guglielmo di Saint-Thierry, nel contesto dell’elogio della vita solitaria in cella, da lui ritenuta come il cielo sulla terra. Altri credenti hanno invece conosciuto le tenebre della lontananza da Dio, addirittura l’abbandono da parte di Dio, dicono di aver visto il volto muto di Dio.

Che dire, senza fare letteratura, senza appropriarsi di pensieri altrui pur di parlare della solitudine del credente rispetto a Dio? Osiamo, per l’appunto, dire poco. So che è sempre difficile percepire la presenza di Dio fino a non sentirci soli. So che anche quelli che cercano Dio per tanti anni, per tutta la loro vita, poi confessano che la voce di Dio è silenzio trattenuto, che Dio non si fissa mai, lo si cerca ma si continua a non vederlo … Alcune volte questi uomini e queste donne di Dio attraversano solitudini disperate, perché il deserto invece che fecondo pare loro sterile, bruciato dalla calura: in tale situazione essi non sentono più la presenza di Dio neanche come presenza elusiva (Is 45,15), non sentono più la parola di Dio come freccia, come spada che li trafigge (Eb 4,12). Non si dica però che è Dio ad abbandonare l’uomo, a giocare con lui a nascondino: è piuttosto l’insufficienza umana, il nostro venir meno nella fede che provoca l’incapacità di discernere la presenza di Dio, di ascoltare la sua parola per poi tradurla in parole umane, comunicabili.

Il credente di oggi non grida nemmeno più: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; nelle ore di scoramento si sente semplicemente incapace si sostenere una relazione con Dio. Il Dio che ci ha attirato nel deserto con la promessa di parlare al nostro cuore (Os 2,16) sembra incapace di incontrarci, mentre in realtà siamo noi incapaci di ascoltare, siamo noi che manchiamo all’appuntamento.

E così precipitiamo nella solitudine più profonda ….

C’è una sola speranza: quella che, giunti al fondo degli inferi, possiamo trovare Gesù Cristo il quale con le braccia aperta ci attende per darci il bacio che tanto abbiamo desiderato; la speranza che le solitudini di morte siano vinte dall’amore che “omnia vincit”; la speranza che la comunione con quanti abbiamo amato non vada perduta ma risorga trasfigurata, perché anche quando non abbiamo amato bene, abbiamo comunque cercato di amare e di non essere soli, pur in mezzo a tanti errori.

In questi anni che per me sono gli ultimi, la solitudine che mi sta davanti e che a volte prende l’immagine della malattia, sempre quella della morte, mi fa paura – non lo nego nonostante la mia povera fede. E’ perché ho una fede debole? Può darsi. Certamente quando dico: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”, pronuncio tale affermazione con più forza e convinzione di un tempo. Nella morte infatti c’è la solitudine radicale, l’abbandono non solo degli uomini ma di tutte le cose, della terra, questa terra che tanto ho amato. Tutto scomparirà per sempre, dice la mia ragione, la mia esperienza.

C’è solo la speranza- oppure chiamiamolo “desiderio” – che, una volta entrati nella morte in solitudine, lì si trovi Gesù Cristo con le braccia aperte e il suo volto che ci offre il bacio eterno. Allora il nostro respiro nella sua bocca diventerà vita eterna, in cui ci sarà data la communio sanctorum, la comunione dei santi e di tutte le cose sante e santificate.

Enzo Bianchi

BobinCredo che per vivere – possiamo infatti trascorrere la vita senza vivere, ed è una condizione senz’altro peggiore della morte – bisogna avere una cosa che, sfortunatamente, non è così diffusa dato che si tratta di grazia. Per vivere bisogna essere stati guardati almeno una volta, essere stati amati almeno una volta, essere stati portati almeno una volta. Solo dopo, una volta che ti è stato concesso questo dono, puoi essere solo. La solitudine non sarà mai più malvagia. Anche se nessuno ti porta più, nessuno ti ama più, nessuno ti guarda più, ciò che è stato donato, davvero donato, una volta, lo è stato per sempre. A quel punto puoi andare verso la solitudine come una rondine può salire verso il cielo aperto. […] La solitudine che amo è un dono che mi è stato fatto dalla vita. Non c’è scelta in questo. Credo che te la donino amandoti. Ma amandoti pienamente, senza motivo, in modo probabilmente insensato …Se ricevi anche solo una particella, un’inezia, un frammento di un tale amore, allora tutto si apre davanti a te … E’ il più grande benessere fisico, mentale e spirituale. Da quel momento, contemporaneamente all’amore, ci si è donati alla propria solitudine, cioè alla propria libertà.

[…] “Affinché l’amore si senta a casa propria”, bisogna che senta che non gli si mettono le mani addosso. Bisogna che si senta a casa propria, cioè in noi. Solo. E’ importante che venga, che succeda qualcosa, che ci sia un incontro, ma che questo non intacchi la solitudine dell’uno e dell’altro, e che l’attacchi così poco che questa solitudine ne risulti sviluppata, intensificata. […] Penso ci sia una verità deposta nei libri dei padri della chiesa, in quelle esperienze mistiche e innamorate, indissociabilmente mistiche e innamorate.  D’altronde, se si vuol capire qualcosa di quello che chiamiamo “spirituale”, molto spesso ci sarebbe da guadagnare a mettere da parte il termine “spirituale” e a pensare, semplicemente, a ciò che succede quando ci si innamora. Ci si accorgerebbe che molti dei fenomeni che ci paiono a volte così lontani, così austeri, così strani nei mistici o nei religiosi, si illuminano immediatamente se li guardiamo, se li studiamo a partire dalla comune esperienza dell’essere innamorati. Molto semplicemente credo che quelle persone siano degli innamorati. E’ una semplice storia d’amore.

Nella solitudine si raggiunge Qualcun altro da sé.

Christian Bobin

Anche nella solitudine non dire e non fare nulla di biasimevole. Impara a rispettare te stesso molto più davanti alla tua coscienza che davanti agli altri (Democrito).

Teresa