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06/06/2018 - Pellegrinaggio Sotto il Monte e Madonna del Bosco

Presenza delle reliquie di San Giovanni XXIII (Papa Giovanni) nel suo paese natale

Programma

QUATTRO MARTEDI' nel tempo di pasqua

PRIMO INCONTRO -Martedì 10 aprile 2018 ore 21.00 - Guida don Giuseppe -Oratorio di Luvinate

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Pellegrinaggio a Lourdes con i malati UNITALSI

IN PULMAN 23 - 29 maggio 2018 / IN AEREO 24 - 28 maggio 2018

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VERSO IL SINODO DEI GIOVANI

Terra Santa - 18/19enni e giovani - 3-10 agosto 2018

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Calendario annuale

Calendario generale delle proposte dell'anno pastorale 2017-2018

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Grande il cardinale Vlk, un lavavetri a Praga!

Il 18 marzo 2017 è scomparso a 85 anni il cardinale Miloslav Vlk, arcivescovo di Praga dal 1991 al 2010. Che c’entra? Direte voi. Io tengo un bel ricordo di quel vescovo, ordinato da poco, mentre parlava ad un ritiro per i preti nel 1990, su invito dell’allora Cardinal Martini. Alla notizia della sua morte, nel recente mese di marzo, mi venne alla mente quel ritiro per la bellissima sensazione che ebbi. Diceva di una Chiesa che aveva confidato negli uomini più che in Dio, più nell’arrivo degli Americani più che riporre in Dio la fiducia. Diceva di come ora avevano cambiato, di come la Chiesa si era rinnovata…

Volevo rileggere quel testo e mi sono messo a cercarlo in internet (oggi si trova tutto!) ma non trovai nulla di quella meditazione. Capii che forse in quegli anni non era normale mettere in rete. Sembrano secoli! Così mi misi a cercare (non ricordavo neppure l’anno) sfogliando la “Rivista diocesana” che si tiene nelle parrocchie, in cui poter trovare tale intervento. Trovato! Ora c’era da trascriverlo in qualche modo, senza nessun “taglia e incolla”. Mi sono messo a trascriverlo per poterlo avere e…per poterlo fa girare in molte mani. C’è voluto un po’ di tempo, con in mezzo la Pasqua e il pellegrinaggio a Lourdes, ma ce l’ho fatta: ci tenevo!

Ecco: perché si possa leggere spiritualmente, conoscere, respirare. Se avrete pazienza, vedrete anche voi, buona lettura.

Un grazie allora a questo uomo di Dio, se o merita.  Un uomo che si unisce ai grandi uomini e donne di Dio che…hanno creduto e ora vedono!

don Norberto

Meditazione tenuta nel duomo di Milano il 25 novembre 1990
Saluto con gioia tutti voi: sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo (ndr. era il cardinal Martini), tutti i confratelli nell’episcopato e tutti confratelli nell’unico sacerdozio di Gesù Cristo. Vi porto anche il saluto cordiale del nostro cardinale Tomasek, dei Vescovi del nostro paese, di tutti i fedeli della nostra Chiesa locale; vi porto il saluto del nostro Paese che, dopo quarant’anni di cattività babilonese, ha attraversato il deserto verso l’ampio spazio della libertà nuovamente acquistata. La mia presenza al vostro ritiro è segno di quella unità della Chiesa che Cristo ha auspicato nella grande preghiera sacerdotale: “Che tutti siano uno, affinché il mondo creda”.

E desidero ringraziare il Cardinale Arcivescovo per avermi invitato a parlarvi, per avermi invitato in questi luoghi santi che raccolgono le radici della cristianità: santa Tecla, sant’Ambrogio, sant’Agostino e molti altri. Nella mia persona ricevete la Chiesa cecoslovacca e per questo vi esprimo tutta la mia riconoscenza. La reciproca accoglienza è una importante premessa perché il momento che stiamo vivendo sia benedetto e portatore di frutti spirituali.

Non avendo mai parlato di fronte a un pubblico così numeroso (ndr. il duomo era pieno di sacerdoti), mi sento come l’apostolo che il Signore ha chiamato mentre riordinava le sue reti. Ho inoltre una certa difficoltà per la lingua ma confido nella vostra comprensione. Come saprete, non sono un teologo: la situazione nella quale ho vissuto non mi ha dato infatti alcuna possibilità di studiare nelle Università e ho dovuto accontentarmi di studiare teologia a Litomerice, nell’unico seminario e istituto teologico della Boemia e Moravia. Sono dunque il nuovo mondo della prassi più che della teoria.

Ordinato sacerdote nel 1968, durante la primavera di Praga, sotto Dubcek, dopo soli dieci anni mi è stato vietato di esercitare il ministero e ho dovuto, per dieci anni, pulire i vetri per le strade di Praga. Successivamente ho lavorato come archivista nella Banca statale cecoslovacca. Ho avuto il permesso di riprendere il lavoro pastorale il 1 gennaio 1989, per un anno di prova e ho svolto il ministero in una piccola parrocchia vicino alla frontiera bavarese. Nel mese di novembre, però, è scoppiata la cosiddetta “rivoluzione di velluto” e tre mesi dopo il Santo Padre mi ha nominato vescovo di Ceskè Budejovice. Sono quindi vescovo soltanto da sei mesi. Non intendo fare una lezione, bensì condividere con voi le esperienze di vita con Dio, per comunicarvi ciò che ha vissuto la nostra Chiesa in questi anni e come lo Spirito ha parlato alla nostra Chiesa. Non ritengo affatto di essere un martire o di essere riuscito a fare cose straordinarie; sappiamo tuttavia che “il Signore ha fatto grandi cose per noi, ci ha colmati di gioia”. E’ il dono che vi porto: il dono di una tappa della vita di una Chiesa e dell’esperienza di questa Chiesa.

La situazione politico-religiosa della Cecoslovacchia negli ultimi quarant’anni
1.           La nostra Repubblica è formata da due nazioni, ciascuna delle quali ha una sua cultura, una sua storia, le sue abitudini, il suo carattere religioso. Gli Slovacchi vivono nella parte orientale del paese, con la città capitale Bratislava e le alte montagne Tatra; solo 5 milioni di abitanti, hanno una vita religiosa piuttosto intensa, pur se in gran parte tradizionale, conservano un’identità nazionale molto forte.

La parte occidentale comprende due parti: la Boemia e la Moravia, dove vivono i Cechi e dove si parla la lingua ceca. In Boemia si trova la capitale di tutta la Repubblica, Praga. La vita religiosa soprattutto in Boemia è meno intensa perché già da alcuni secoli la popolazione ha subito l’influsso dell’Occidente europeo, quindi dell’illuminismo, del positivismo, del materialismo. Tra Boemia e Moravia gli abitanti sono 9 milioni. Io vengo dal meridione della Boemia e rappresento perciò la parte ceca della Repubblica.

2.          Prima dell’arrivo del comunismo al potere, la fede del popolo era tradizionale e segnata dal lungo periodo della monarchia austro-ungarica che aveva operato la malsana unione tra la Chiesa e lo Stato. La vita e le strutture della Chiesa rispecchiavano la vita e le strutture della società civile, delle abitudini e dello spirito civile, più che la parola di Dio e lo spirito evangelico.

Il comunismo ci ha sorpreso proprio in questa situazione di unico Stato, di identificazione tra Chiesa e Stato. Eravamo del tutto impreparati al confronto. Da parte loro invece i comunisti avevano un concetto chiarissimo della lotta contro la religione, della lotta che voleva colpire proprio la vita della Chiesa. E hanno avuto gioco facile anche per l’onda di entusiasmo che si era venuta a creare a causa della liberazione dagli orrori della guerra. La propaganda comunista attribuiva falsamente la liberazione unicamente all’esercito sovietico, preparando in tal modo l’atmosfera favorevole alla accettazione del comunismo. La gratitudine che il popolo sentiva per i liberatori dell’Unione sovietica, aveva tolto ogni senso di criticità al nuovo sistema.

Dall’altra parte, l’orientamento quasi esclusivo della società verso i beni terreni e il desiderio di costruire un mondo diverso, ha reso possibile alla gente inghiottire il vuoto spirituale, la mancanza profonda dei valori, le idee comuniste. Tutto il materiale sovietico era glorificato come il più alto, l’unico, il vero. Tutto ciò che era contrario al comunismo – per esempio il sistema occidentale di vita, i suoi valori, la Chiesa con la sua missione – veniva gradualmente messo in luce negativa ed etichettato con titoli negativi: antiprogressista, antipopolare, controrivoluzionario, reazionario, antinazionalista, antisocialista.

Anche chi non voleva sottomettersi era tacciato di reazionario e di oscurantista, di arretrato e di incolto. Così tutti gli avversari del comunismo sono stati trasformati in nemici del popolo della nazione e fu facile liquidarli. La maggior parte della gente credeva a tutto quello che dicevano i comunisti perché dapprima soppressero la libertà di stampa e subito dopo incominciarono a raccontare bugie.

Per dividere la Chiesa e conquistarsi la moltitudine dei credenti, i comunisti si sono impadroniti dell’Azione Cattolica affermando che era d’accordo con loro. Sui giornali, per giorni e giorni, vennero pubblicate lunghe liste di nomi delle più importanti personalità, sacerdoti e laici (spesso anche nomi di persone defunte), scrivendo che erano d’accordo con il nuovo sistema. Lo scopo era di deludere la gente obbligandola a u unirsi alla rivoluzione.

Molti sacerdoti sono stati imprigionati. Una notte i comunisti assalirono tutti conventi religiosi maschili, considerati centri di preparazione alla controrivoluzione; furono chiusi conventi e internati religiosi. I superiori degli Ordini religiosi apparvero in giudizio come agenti di potenze straniere e quindi vennero condannati a lunghi anni di prigione. Anche i vescovi furono internati e loro posti occupati da candidati scelti, da sacerdoti graditi al partito. Così per trenta denari d’argento, la Chiesa fu colpita nel cuore: una Chiesa senza i vescovi è un gregge senza i pastori. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”.

3.          Questa era l’intenzione principale del comunismo: distruggere la Chiesa come comunione cominciando dalla testa, dal capo. Un altro passo in tale direzione è stata l’introduzione del consenso o licenza statale obbligatoria: poteva lavorare solo quel sacerdote al quale il regime dava il permesso, e comunque in una parrocchia soltanto. Il sacerdote con il permesso non poteva cioè aiutare un confratello nella predicazione o nella confessione senza un ulteriore permesso.

A poco a poco i sacerdoti rimasero separati tra loro, chiusi nella propria parrocchia. Il governo cercò di conquistare altri sacerdoti formando il “Movimento dei sacerdoti per la pace”. Non si chiedeva nulla di straordinario, non si obbligavano i sacerdoti a diventare comunisti. Semplicemente dovevano dare un tacito consenso al governo, dovevano dare l’impressione che erano d’accordo: non dovevano parlare male dello Stato o della sua politica, ma tacere. Il governo aveva infatti bisogno di creare una facciata, di dare l’impressione che la Chiesa lo appoggiasse, per indebolire in tal modo gli avversari e creare una idea falsa all’estero.

Ma intanto la comunione ecclesiale si frantumava, i sacerdoti venivano divisi, si creavano barriere di diffidenza. Un ulteriore passo verso la distruzione della Chiesa come comunione, fu la limitazione delle attività ecclesiali al campo liturgico. Fuori della chiesa non era permesso praticamente niente: non l’attività con i giovani, niente gruppi sociali e culturali. Tutto era vietato. Le stesse celebrazioni liturgiche erano controllate. Ai laici era vietata ogni attività nella chiesa ad eccezione dei sacrestani organisti e cantori. La divisione tra sacerdoti e laici accrebbe dell’individualismo, che aveva profonde radici storiche, e permise all’atomizzazione della comunione ecclesiale di crescere. Non potendo operare pastoralmente i laici a poco a poco si divisero tra loro.

4.          La paura era presente dappertutto facendo sì che le disposizione ingiuste venissero osservate. L’atmosfera di paura era mantenuta dalla polizia segreta punendo con la prigione chiunque avesse il coraggio di disubbidire o almeno con l’interrogatorio o con la minaccia. La chiesa poteva essere ancora frequentata da laici, non però dagli insegnanti o da coloro che ricoprivano posizioni importanti. Di tutta questa situazione i giovani hanno sofferto più di ogni altro. I comunisti erano gelosi della gioventù, perché, dicevano, i giovani sono il futuro della nazione. E proprio perché i giovani sentivano molto il desiderio di trovarsi, di stare insieme, era loro vietato di incontrarsi in chiesa o per parlare; chi disobbediva veniva non poteva per punizione accedere alle scuole superiori.

Tuttavia lo spazio della libertà ricominciava a ristringersi, si tornava alle vecchie pratiche comuniste, avanzava la cosiddetta normalizzazione. Le autorità del governo sollecitavano lo scioglimento dei gruppi, che di per sé erano abusivi. Non volevo cedere è per questo costrinsero il mio Vescovo – il mio antecessore, di cui ero segretario, a licenziarmi e mandarmi in montagna. Il Vescovo lo fece contro il suo volere; da parte mia, mettevo in pratica quello che avevo imparato in seminario, cercando di accettare l’ordine con sottomissione e vedendo in tutte le situazioni la croce di Cristo. In quel momento aiutai, gruppi che mi erano stati affidati, a crescere nella spiritualità della croce: Gesù, come scrive il profeta Isaia, ha preso tutti i nostri dolori su di sé, anche il nostro dolore presente, anche le ingiustizie che stiamo subendo; è lui che porta tutto, è su di lui che tutto pesa.  Spiegavo che accettare quel nuovo dolore di separarci significava accettare Gesù. La profonda convinzione che la croce giovava alla mia salvezza e a quella degli altri, che il rimanere nel posto di segretario del Vescovo, mi infondeva tranquillità e pace, mi impediva la tristezza.

Nel piccolo villaggio di montagna dove venni trasferito, non potevo sviluppare riflessioni intellettualmente profonde. Dovevo piuttosto abbassarmi, chinarmi davanti al popolo semplice. Non era possibile agire di nascosto, perché in quel luogo la gente vedeva fin nel piatto del parroco! Veniva registrato ogni visita che ricevevo, ogni autovettura che si fermava presso la casa parrocchiale, anzi al piano di sopra della casa, abitava un poliziotto.

Più della Parola predicata (sempre ben spiegata e sorvegliata) occorreva la testimonianza, il servizio, il saper ascoltare. Cominciai a capire che Dio mi chiedeva meno parole e più testimonianza. Quella situazione del paese sviluppò la mia precedente formazione, dandole un accento nuovo: dobbiamo vivere la parola essere la parola. Per la mia natura dinamica questo significava un duro taglio: Dio mi faceva tacere!

Così la mia vita sacerdotale si apriva verso l’essere per l’altro e ho compreso dal di dentro ciò che avevo letto dei libri: Gesù ha vissuto per. Sul ‘vivere per’ è fondata tutta la vita di Cristo, la sua vita per il Padre, la sua adesione alla volontà del Padre, il suo amore fino la croce. Approfondendo questa intuizione nello studio, mi sono reso conto che anche la vita trinitaria, quella vita che Gesù ci ha manifestato: ogni persona della Trinità vive per l’altra.

5.          Abbiamo detto che l’attacco principale era contro la Chiesa come comunione, che il comunismo aveva approfittato del grande attaccamento della società alla “pentola con la carne”, che la nostra fede era debole, non fondata sulla Parola e sul Vangelo, che la fede non si rispecchiava nella vita quotidiana concreta. Ora ci chiediamo: di fronte alla catastrofe del comunismo che cosa abbiamo pensato, che cosa hanno pensato i Vescovi? Che tutto sarebbe presto finito, che ci sarebbe stato un colpo di Stato, che l’Occidente ci avrebbe liberato, che gli americani sarebbero arrivati per scacciare i comunisti. Questa è stata la nostra attesa durante gli anni Cinquanta e la rivoluzione ungherese del 1956 ci aveva rafforzato nell’attesa. Così abbiamo vissuto e mi viene in mente un salmo: “Si mescolarono con le nazioni e impararono le opere loro, servirono i loro idoli… e li diede in balìa dei popoli, li dominarono i loro avversari, li oppressero i loro nemici e dovettero piegarsi sotto la loro mano” (salmo 106). In una parola abbiamo confidato nell’uomo. Dio ci purificava dai nostri “idoli”, dal nostro modo di pensare pagano, senza fede, ma noi non comprendevamo.

Tuttavia a poco a poco abbiamo incominciato a capire che non ci avrebbero salvati “i carri e i cavalli”, abbiamo preso coscienza che “guai a quanti scendono in Egitto per cercare aiuto e pongono la speranza nei cavalli…L’egiziano è un uomo, non Dio, i suoi cavalli sono carne e non spirito…vano e inutile è l’aiuto dell’Egitto” (Is, 30).

Così abbiamo abbandonato la speranza del colpo di Stato e abbiamo cominciato a ” cercare il Signore Dio”. Gradualmente sia fatta luce nella nostra mente, svelandoci il senso di ciò che era accaduto: Dio aveva tolto tutto alla sua Chiesa, anche la stima del popolo, “siamo stati ridotti più che qualsiasi altra nazione”,  “non c’era tra noi nessun profeta…”. Abbiamo capito di esserci lasciati ingannare “da ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri e abbiamo sperimentato che questo era accaduto perché non avevamo accolto l’amore della verità per essere salvi… Per questo Dio invia loro una potenza di inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità” (2Tess2, 9-10).

La catastrofe era dunque il disegno di Dio su di noi, il tempo del deserto, il cammino verso la terra promessa. Non abbiamo più aspettato la liberazione degli uomini e abbiamo incominciato ad aprirci a Dio. Nella nostra vita si faceva strada una nuova scelta di Dio, una nuova fiducia in lui: ritornavamo a Dio. L’attesa degli anni Cinquanta, che ci faceva guardare verso i monti per vedere da dove sarebbe venuto l’aiuto, prendeva forma: il nostro posto era quello in cui ci trovavamo, “il socialismo”. A poco a poco abbiamo perduto la paura, non abbiamo più osservato i divieti ingiusti, abbiamo confidato nella salvezza che viene dal Signore.

Nemmeno la primavera di Praga fermò il nostro cammino. La chiesa clandestina era nata e di nuovo ci trovavamo insieme, formavamo comunità, cercavamo la comunione che c’era tanto mancata. Attraverso le piccole comunità di studio, di preghiera, di ascolto della Parola, abbiamo riscoperto la Chiesa viva. Non avevamo paura del pericolo a cui ci esponevamo; rischiavamo perché eravamo felici di aver ritrovato il retroterra, la casa, la famiglia, la Chiesa.

6.          Mettere Dio al primo posto significò, concretamente, vivere non secondo la nostra immaginazione umana, secondo la nostra mentalità dei nostri criteri, bensì secondo la parola del Vangelo. Ci sembrava che si fosse realizzata in noi la profezia di Ezechiele: ” Ecco io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura” e ancora: “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino”. Dio al primo posto, la sua Parola e poi tutto il resto. Soprattutto d’estate i boschi e le montagne erano pieni di gruppi della Chiesa viva. La nostra ripresa coincideva con il crollo di tutte le speranze umane e con la perdita di fiducia degli apostoli falsi degli anni Cinquanta. Dopo la primavera di Praga la gente anelava al bene e alla verità, i giovani sentivano il bisogno di una nuova ricerca. Noi potevamo offrire, con la nostra esperienza di Dio, quello di cui si avvertiva la necessità.

Nella clandestinità studiavano anche i sacerdoti che poi venivano ordinati. Emergeva sempre meglio quella personalità simbolica, segno della fedeltà al Santo Padre che era il cardinale Tomasek: attorno a lui la Chiesa si era riunita, come lo dimostra la raccolta delle firme degli anni 1987-88. Era ormai chiaro che la Chiesa rinnovata è una forza grandissima, è l’attore importante della rivoluzione.

Quale segno dei tempi rappresentano gli anni che abbiamo vissuto? Dobbiamo infatti saper leggere bene questi anni per comprendere: “Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?”. Per noi, come ho detto, sono stati anni del deserto, anni nei quali abbiamo capito che la Chiesa è una comunità interiormente viva attraverso l’unità tra Vescovi, sacerdoti, laici; che la Chiesa può non solo vivere ma anche crescere senza case, senza benefici, senza organizzazione, senza teologia; che la Chiesa ha soltanto bisogno dell’unità nell’amore reciproco. Per noi il segno dei tempi di questi quarant’anni è la riscoperta dell’unità e non dobbiamo più perderla.  Un altro segno dei tempi è stata la scoperta, dolorosa, che nella nostra vita concreta ci appoggiavamo su noi stessi, sulle cose umane, sulle nostre capacità, sui potenti, sulla politica, più che su Dio. I sacerdoti che sono entrati nella organizzazione statale, in quel Movimento per la pace denominato “Pacem in terris”, volevano vivere nella tranquillità, volevo salvare la loro vita.

Abbiamo creduto che ci potevamo salvare gli eserciti e i carri armati, mentre la salvezza è venuta dal Signore. Anche i non credenti dicevano durante la “rivoluzione di velluto”: ma questo è un miracolo. “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion ci sembrava di sognare, allora si diceva tra i popoli: il Signore ha fatto grandi cose per loro”. Sì, il Signore ha compiuto il miracolo, il miracolo mariano di Fatima, perché “il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra… non si addormenta, non prende sonno custode di Israele”. E perché questo segno non venga dimenticato da noi, Dio lo ha posto su uno sfondo molto contrastato: “Ho visto l’empio trionfante ergersi come cedro rigoglioso; sono passato e più non c’era, lo cercato e più non si è trovato”. Chiedo al Signore che il suo volto non ci abbandoni, che il suo volto apparso nella nostra notte oscura senza speranza, non ci lasci nei tempi tranquilli, nei tempi della libertà, delle speranze e delle prospettive nuove.

7.          Per lungo tempo Dio ci ha lasciati senza pastori. Nella mia diocesi non c’è stato il Vescovo per diciotto anni; durante la primavera di Praga è venuto per quattro anni e di nuovo, per altri diciotto anni, ne siamo stati privati.

Abbiamo sperimentato che cosa significa un gregge senza pastore:”Si sono disperse le pecore e nessuno va in cerca di loro e se ne cura”. Non solo le pecore, ma pure i sacerdoti hanno sofferto: soli, senza il vescovo, ciascuno era vescovo a se stesso e si sono orientati verso il potere statale. Non a caso il profilo del sacerdote in questi anni si è tanto deformato. Quelli che hanno ricoperto, durante questo tempo, “la cattedra di Mosè” erano spesso uomini molto deboli è così il Signore ci ha fatto capire duramente la sua parola: “Quanto vi dicono, fratelli, fatelo e osservatelo ma non fate secondo le loro opere”. Il Signore ci ha insegnato ad apprezzare il Vescovo.

Quando stavo uscendo dalla cattedrale di Praga in occasione del 90º compleanno del cardinale Tomasek, un cardinale dell’Europa occidentale mi disse sospirando: “Da voi quando si menziona un Vescovo la gente applaude, mentre da noi fischia”. A noi l’ha insegnato il Signore, nella scuola del deserto. Vogliamo capire questo insegnamento e prendere quest’esperienza per il viaggio verso il futuro? Il signore ci aiuti a farlo.

L’esperienza personale del deserto
1.           Vorrei parlarvi della mia esperienza personale. Ho vissuto il colpo di Stato comunista nel 1948 da ragazzo di 16 anni, studente di ginnasio. Vivevo nel piccolo seminario e pensavo, dopo l’esame di maturità, di entrare nel seminario maggiore di Ceskè Budejovice per la teologia. Quando però venne il tempo, infuriava già la lotta ideologica e, dal momento che io non ero membro della gioventù comunista, non mi fu permesso accedere a nessuna scuola superiore. Portavo nel cuore il mio segreto di voler diventare sacerdote, ma non c’era per me alcuna possibilità concreta di realizzarlo. Il futuro oscuro pieno di incertezze, mentre il comunismo passava di vittoria in vittoria.

2.          Come ero giunto alla vocazione? Nato in un piccolo paese da una famiglia modesta, da bambino facevo il pastore delle mucche. Da questo gregge nel 1943 il Signore mi chiamò. Ricordo un cartellone che si trovava nel lato della chiesa dov’era raffigurato Gesù crocifisso presso la croce: un piccolo ragazzo che guardare in alto. Sotto l’immagine la scritta: “Vuoi anche tu essere sacerdote?”. Ne ero rimasto profondamente colpito e la risposta alla domanda mi era venuta spontanea: Sì, voglio essere sacerdote. Avevo però timore di confidare questo mio desiderio a qualcuno, pensando che mi avrebbero deriso perché la mia famiglia era povera e il sacerdozio appariva una meta irraggiungibile per un pastore di mucche. Un giorno durante la santa Comunione sentii una voce che mi diceva: “Seguimi”. Così è nata la mia vocazione. Finita la guerra, fu deciso il mio futuro ma quella voce era sempre dentro di me. Data la povertà dei miei genitori, cercai di entrare, per gli studi, in un internato il cui soggiorno era pagato della Caritas. Non sapevo che quell’internato era il seminario minore. Fu per me come un fulmine quando il rettore mi diede la cartolina di ammissione: se il Signore l’avesse voluto sarei diventato sacerdote! E vorrei anche dire che la voce sentita quel giorno dopo la Comunione fu molto importante per me perché mi chiede la forza di vivere 12 anni di attesa.

3.          Infatti, dopo l’esame di maturità, non mi chiedono il permesso di accedere ad altre scuole come ho detto prima, e dovette aspettare fino al 1964. In quegli anni mi trovavo con altri giovani in piccole comunità segrete, per pregare, per scambiarci le nostre riflessioni sulla Parola di Dio. La mia fede si trasformava poco a poco da fede tradizionale di abitudine in una convinzione profonda: Dio presente nella mia vita, Dio che mi aveva chiamato a continuare e continuava chiamarmi.

Nel 1964 dunque entrai nel seminario maggiore, ma la vita fu tutt’altro che facile. L’ombra del comunismo si estendeva fino dentro le mura dell’edificio e vivevamo nel clima del sospetto: chi fa la spia? Chi, tra gli alunni, è d’accordo con la polizia segreta? Chi ci sorveglia?

Volevano impedire ad ogni costo quella ‘communio‘ che di nascosto avevamo vissuto prima; cercavano di distruggere, attraverso la diffidenza, ogni franchezza, ogni forma di comunicazione per atomizzarci e isolarci. Per alcuni anni, in seminario, abbiamo vissuto con il motivato sospetto che addirittura il rettore fosse sfruttato dal servizio di Sicurezza. A stento si parlava di un progetto di formazione. La solo premura dello Stato era che non divenissimo sacerdoti troppo moderni e attraenti, che non fossimo troppo fermi; allo Stato piacevano i sacerdoti moralmente labili. Dentro di me vivevo nell’incertezza totale circa il mio futuro, non sapendo nemmeno così se avrei potuto terminare gli studi. Una sola cosa non crollava, non era incerta: Dio.

La fondamentale formazione che ricevette in seminario maggiore fu dunque Dio. Appoggiarmi a lui solo, contare solo su di lui e non sul padre spirituale, sul rettore, sugli altri alunni, perché il pericolo sia annidato ovunque, si annidava in tutti. Naturalmente l’atmosfera nella quale vivevo era profondamente dolorosa ed evocava un’impressione di decadenza e di disfacimento. Di per sé poteva causare uno stress molto grande e costringere lasciare il seminario.

Trovai allora una scappatoia, come unica via d’uscita e l’ho scelta: la via della croce. Sì, ho creduto nella croce di nostro Signore Gesù Cristo. Vi credevo anche prima ma in quegli anni ho cominciato a capire che nelle mani di Dio ogni disfacimento, per profondo che sia, conduce alla vita; una situazione, per quanto disperata come lo è un grido di Gesù sulla croce: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”, non è la fine, bensì un’abissale valle di ombra della morte, che conduce alla resurrezione.

A Gesù non restava alcuna via d’uscita; la nostra situazione somigliava alla sua. Ma Gesù non cessò di credere all’amore del Padre e dunque anch’io potevo continuare a credere, a custodire fino in fondo la fede nell’amore del Padre, senza cadere nell’amarezza, nel disfattismo, nel pessimismo. Mi sono accorto che la croce è davvero la somma manifestazione dell’amore di Cristo e perciò ho deciso di identificarmi con lui per sopportare le situazioni che venivano a crearsi un seminario. Accettando quelle situazioni dolorose poteva manifestare l’amore di Dio e la mia fede nel suo amore.

4.          Nel 1968 inizio la mia vita sacerdotale. La primavera di Praga aveva aperto un certo spazio per il ministero presbiterale. Memore dell’esperienza della mia giovinezza, cominciai subito a formare delle piccole comunità. Tuttavia lo spazio della libertà ricominciava a ristringersi, si tornava alle vecchie pratiche comuniste, avanzava la cosiddetta normalizzazione. Le autorità del governo sollecitavano lo scioglimento dei gruppi, che di per sé erano abusivi. Non volevo cadere e per questo costrinsero il mio Vescovo, il mio antecessore, di cui ero segretario, a licenziarmi e a mandarmi in montagna. Il Vescovo lo fece contro il suo volere. Da parte mia, mettevo in pratica quello che avevo imparato in seminario, cercando di accettare l’ordine con sottomissione e, vedendo in tutte le situazioni, la croce di Cristo.

In quel momento aiutai i gruppi che mi erano stati affidati, a crescere nella spiritualità della croce: Gesù, come scrive il profeta Isaia, ha preso tutti i nostri dolori su di sé, anche il nostro dolore presente, anche le ingiustizie che stiamo subendo:è Lui che porta tutto, è su di lui che tutto pesa.  Spiegavo che accettare quel nuovo dolore di separarci significava accettare Gesù. La profonda convinzione che la croce giovava più alla mia salvezza e a quella degli altri che il rimanere nel posto di segretario del Vescovo, mi infondeva tranquillità e pace, mi impediva la tristezza.

Nel piccolo villaggio di montagna dove venni trasferito, non potevo sviluppare riflessioni intellettualmente profonde. Dovevo piuttosto abbassarmi, chinarmi davanti al popolo semplice. Non era possibile agire di nascosto, perché in quel luogo la gente vedere fin nel piatto del parroco! Veniva registrato ogni visita che ricevevo, ogni autovettura che si fermava presso la casa parrocchiale, anzi al piano di sopra della casa, abitava un poliziotto. Più della parola predicata (sempre bene spiata e sorvegliata) occorreva la testimonianza, il servizio, il saper ascoltare.

Cominciai a capire che Dio mi chiedeva meno parole e più testimonianza. Quella situazione del paese sviluppò la mia precedente formazione, dandole un accento nuovo: dovevo vivere la Parola, essere La Parola. Per la mia natura dinamica questo significava un duro taglio: Dio mi faceva tacere! Così la mia vita sacerdotale si apriva verso l’essere per l’altro e ho compreso dal di dentro ciò che avevo letto dei libri: Gesù ha vissuto per. Sul ‘vivere per’ è fondata tutta la vita di Cristo, la sua vita per il Padre, la sua adesione alla volontà del Padre, il suo amore fino la croce. Approfondendo questa intuizione nello studio, mi sono reso conto che anche la vita trinitaria, quella vita che Gesù ci ha manifestato: ogni persona della Trinità vive per l’altra. Tale riflessione che si calava nella mia concreta situazione, mi colmava di gioia impedendomi di essere assalito dal senso di frustrazione e di inutilità.

Dopo dieci mesi di permanenza nel paesino di montagna, la mia presenza diede fastidio. I comunisti affermarono che influivo troppo sulla gente, che la gente non si curava delle loro decisioni mentre, quando parlavo io, mi ascoltava. Il giorno dei defunti, uscendo dalla celebrazione della messa del mattino, mi telefonò il segretario degli affari ecclesiastici della provincia, un comunista ateo, per dirmi che il mio incarico era terminato. Mi difesi rispondendo che avrei almeno dovuto celebrare la messa della sera, dal momento che era stata annunciata e che, trattandosi di morti, sarebbero venuti anche non praticanti. Il segretario replicò che non avevo più la licenza dello Stato e quindi non potevo celebrare nessuna messa.

Fu un colpo durissimo e dovetti lottare per accettare questa nuova partecipazione all’abbandono di Gesù in croce. Alla sera, alle tantissime persone venute per la messa, dissi loro che non potevo celebrare perché era venuto per me il momento di testimoniare con i fatti quello che avevo loro predicato: la croce. Poi aggiunsi che perdonavo a coloro che mi avevano fatto del male. Immediatamente dopo partii, perché nella piazza c’era la polizia e volevo evitare una possibile provocazione della quale, naturalmente, mi avrebbero ritenuto responsabile.

5.          Ero solo, ma nella pace, nella luce che addirittura nella gioia, in quella gioia che nasce dalla croce. Dopo un po’ di tempo mi fu assegnato una nuova parrocchia, fuori della Boemia meridionale, ai limiti della diocesi. La piaga a poco a poco fu sanata ma l’esperienza non si è cancellato. Il crocifisso era entrato nella mia vita e aveva impresso il suo segno nel mio cuore. Dopo sette anni di lieta attività, durante i quali si era venuta creando una grande famiglia parrocchiale, fu tolta la licenza statale e con essa la possibilità di lavorare pubblicamente come sacerdote. Era il 1978 e presentandomi per l’ultima volta ai miei parrocchiani dovetti appoggiarmi all’ambone per non cadere, tanta era la mia sofferenza.

6.          Divenuto un “rifugiato”, ho vissuto a Praga, per nascondermi meglio dalla polizia. Non avevo dubbi: era iniziata per me “la notte oscura”. Dicevo sempre il mio “sì” al Signore ma lottavo per mantenerlo perché tutto in me si ribellava e spesso gridavo: “Perché Signore?”. Una volta, mentre mi facevo questa domanda, senti anche la risposta: “Perché ti voglio bene”. Erano le parole di una canzone ma la mia anima fu illuminata e capii che cosa voleva dirmi il Signore: “Non voglio il tuo lavoro, non mi interessa. Voglio te, voglio il tuo tempo per me. Il tuo lavoro poteva ancora essere un ostacolo tra noi, io voglio che tu viva per me, non per il lavoro”.

Compresi che Dio tiene nelle mani il tempo, la storia, ogni successo: tiene nelle mani i potenti di questo mondo. Capii che ogni situazione ci rivela il disegno dell’amore divino per noi ed esclamai: “Di nuovo ho creduto all’amore di Dio”! Così la fede mi accompagnò con la sua pace anche durante la pulitura di vetri per le strade di Praga. Per quasi undici anni percorsi quelle strade con il caldo e con il freddo, sostenuto dalla fede e dall’amore.

Capii che la croce Gesù l’ha vissuta costantemente nella sua vita, non soltanto alla fine, che la croce la vissuta del momento in cui si è incarnato perché faceva la volontà del Padre, non la sua. Capii che la croce doveva essere una coordinata costante della mia vita, una coordinata normale. Pulire le vetrine era una croce, non l’avevo scelta io e, forse, avrei dovuto pulire per tutta la vita. Questi dieci anni sono stati i più benedetti della mia vita sacerdotale. Sentivo che vivevo il sacerdozio in pienezza e se ancora ero assalito da momenti di sconforto, subito riemergeva la forza della croce.  Abbracciare Gesù abbandonato sulla croce è stato per me sempre, e di nuovo, una fonte di forza. Gesù ha emesso lo Spirito sulla croce e io, sulla croce, ero ogni volta più pienamente sacerdote.

Clandestinamente celebravo la santa messa nelle case, con un piccolo gruppo di gente e amministravo i sacramenti; ovviamente ogni volta rischiavamo di essere scoperti e puniti perché trasgredivamo il paragrafo 172 del codice penale. Ma sapevamo che l’amore di Dio poteva penetrare pure nelle carceri. Con quel piccolo gruppo di persone abbiamo cercato di vivere secondo il comandamento nuovo dell’amore, perché avevamo creduto all’amore. Avevamo creduto alle parole di Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio amore, io sono con loro”. La vita di ogni giorno con il risorto è stata per me la forza per portare la croce. Tutto dunque è stato per me un segno che Dio è amore e io ho sperimentato che la croce è la chiave per risolvere tutte le situazioni che si possono presentare nella vita. Per me, infatti, è chiaro che non sono stato io, con le mie capacità, a trovare la forza per sopravvivere, ma che è stato la forza dello Spirito di Gesù in me. Sullo sfondo della notte oscura Dio mi ha fatto vedere la sua potenza.

7.           Quanto è accaduto negli ultimi mesi conferma la verità della mia esperienza.
Il 1 gennaio 1989, quando ormai maturava la rivoluzione, sono tornato nella parrocchia. Vi confesso che unicamente la fede nella Parola di Dio (“Ci ascolta voi ascolta me”) mi ha convinto a lasciare la dura, è però bellissima, strada per la quale il Signore mi aveva condotto. Personalmente sarei rimasto ancora a pulire le vetrine, in quella condizione che non aveva tolto nulla al mio sacerdozio anzi l’aveva portato a maturazione. Qualcuno di voi potrebbe stupirsi del fatto che non ho parlato della vergine Maria. In realtà la Madonna è stata la guida silenziosa del mio lungo cammino. Il suo stile di vita è stato di accettare sempre la volontà del Padre, di pronunciare ogni giorno il “fiat”. Lei ha vissuto la Parola, si è lasciata rivestire della Parola, è stata fedele alla croce del suo Figlio. Il senso e la realizzazione della vita di Maria si può riassumere in due parole: dare Gesù. Il cammino che ho compiuto è stato totalmente mariano: far entrare concretamente, praticamente Gesù nella vita.

Conclusione
Dio ci ha donato in questi quarant’anni una profonda esperienza di vita, insostituibile. Sarebbe un tradimento se adesso, venuto il tempo della libertà, noi lasciassimo da parte le acquisizioni dei tempi difficili, cominciassimo a sperare nelle forze umane: nei soldi, nelle organizzazioni, nelle strutture, nella scienza, nella teologia. Ciò non significa che noi rifiutiamo tutto questo, tuttavia vogliamo conservare quello che abbiamo ricevuto, vogliamo rimanere fedeli e portare l’esperienza passata nell’oggi.

Desidero essere presso di voi portavoce della nostra fedeltà al dono ricevuto. Non si può fare in modo diverso. Uomini che vivevano sotto il comunismo ci accettarono perché vedevano che non siamo niente, che siamo deboli.

Quando però dopo la rivoluzione, hanno guardato la televisione una serie di programmi, diversi incontri della Chiesa, la visita del Papa, hanno incominciato ad avere paura di noi: la nostra gente ha paura della Chiesa potente. Vogliono l’esempio della vita, ma non sopportano i nostri insegnamenti. Noi, con tutti i nostri sforzi per il rinnovamento della vita delle strutture della Chiesa, avremo sempre presenti i quarant’anni del deserto. Non intendiamo copiare dall’Occidente ms semplicemente accogliere il buono e costruire e sviluppare sulle basi della nostra straordinaria esperienza, dell’esperienza donataci dal Signore. Ringrazio per avermi accolto e per avermi ascoltato.

E auguro a questa Chiesa di Milano, a tutto il popolo di Dio, di poter vedere nella sua vita i segni dei tempi e, in base ad essi, arrivare alle medesime scoperte alle quali è giunta la nostra Chiesa.