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La lettera del Vescovo:

a partire dalla lettera dello scorso anno traccia della lettera di quest'anno

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Donnamogliemadreamica

Uscita dall’ospedale ero triste e depressa, ero agitata e non volevo calmarmi, mi sentivo sola e non desideravo compagnia. Pensavo di avere tutto il diritto di essere triste e non volevo essere consolata. Sapevo che c’erano delle buone notizie, ero consapevole che a me tutto sommato era andata bene e che ci sono cose senza dubbio peggiori nella vita ma, santo cielo, ero triste!  Dovevo essere triste, desideravo sentirmi triste. Punto. Non volevo far male a nessuno: solo autocommiserarmi e piangere un po’. Amici e parenti, però, sembravano non volermi lasciare lo spazio e il tempo per farlo perché erano preoccupati per me e “gareggiavano” nel mostrarmi un commovente e smisurato affetto. Alle parole premurose e ai gesti di conforto, opponevo  il diritto di piangere, di arrabbiarmi, di scaricare la tensione accumulata.

Qualcuno l’ha capito, ha chiuso una porta dietro di sé e mi ha lasciata sola con il mio dolore.
Un atto d’amore.

Io sentivo il bisogno di vivere a fondo la mia tristezza ma il problema era che gli altri, al contrario,  non volevano vedermi triste. Forse perché sono una persona sostanzialmente positiva, è difficile vedermi giù di morale o peggio depressa. A volte sono scorbutica, poco gentile o nervosa, a volte posso essere silenziosa e pensierosa ma tendenzialmente la tristezza non mi appartiene; così come arriva è facile che se ne vada. Pensavo di avere diritto ai miei sentimenti negativi.

Lo pensavo anche il mattino seguente fino a un attimo prima che lo sguardo di mio figlio sbriciolasse la mia convinzione, mi mostrasse il male che stavo facendo. Ho capito che c’era un limite ai miei desideri, ai miei sentimenti feriti quando ho visto la paura, lo smarrimento, il senso di impotenza, la tristezza. Tutto racchiuso in un paio di occhi lucidi. Barricata nel mio dolore, avevo lasciato da solo lui con il suo. Lui che è grande ma è ancora piccolo, lui che vuole un gran bene alla sua mamma e non l’aveva mai vista così triste, lui che non trovava risposte ma  aveva bisogno di starmi vicino e di aiutarmi. Lui  che chiedeva solo un sorriso. Ha cercato di distrarmi, di farmi ridere e poi, di fronte alla mia indifferenza, ha detto: “bè, io allora vado a fare i compiti”. Tra le righe: qui con te seduto in cucina tanto sono inutile, tu non mi vuoi, ti do fastidio.

È stata per me una sveglia: ho fissato i suoi occhi e qualcosa è cambiato. Dovevo scegliere. Ho pensato, ho capito e allora sono corsa ad abbracciarlo. Mi sono fatta aiutare, ho accettato la sua compagnia. Ho scelto di prendermi cura dei suoi sentimenti prima che dei miei perché sono una mamma e le mamme spesso fanno così.

E, inaspettatamente, lui ha curato le mie ferite con un abbraccio. Ha condiviso il mio dolore e l’ha riempito di speranza, ha cancellato tanta paura con una sola parola gentile. Sorridevo con gli occhi, mi sentivo meglio. Più forte. Mio figlio mi ha guardata e mi ha detto: adesso sì che riconosco la mia mamma!

È l’Amore che ci salva. Sempre.

Daniela