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Giornata di spiritualità in Avvento

Sabato 23 novembre 2019

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Nelle faccende di chiesa

Sabato scorso con le catechiste abbiamo passato una giornata di ritiro a Capiago. Bellissimi i mosaici di Rupnik nella cappella della casa di spiritualità, certo non come il nostro battistero!!!

I cinque mosaici: l’Annunciazione, la nascita, la samaritana, la donna di Betania, il calvario, ci sono stati spiegati da Don Fernando. Due i messaggi che mi hanno colpito particolarmente: uno quello dell’importanza dei pastori che visitano Gesù dopo la nascita, uomini impuri, violenti, emarginati che vengono riscattati da Dio con il suo amore incondizionato. Il secondo messaggio: ci è stato chiesto ogni mattina quando ci alziamo di chiederci chi posso rendere felice oggi come Dio rende felici noi.

Significativa anche l’omelia della festa dell’Immacolata e come sempre difficile da accettare per noi madri… Gesù è affidato a Maria, ma appartiene a Dio, come i nostri figli affidati a noi genitori finché realizzano la loro identità, la loro missione.

Nella quarta domenica di Avvento Don Luca ci ha invitati a soffermarci sull’atteggiamento dei due discepoli che sono andati a procurarsi un puledro per l’entrata di Gesù a Gerusalemme. Hanno capito che il Signore ne aveva bisogno, ne hanno procurato uno nuovo, hanno buttato il loro mantello come sella e per terra per far passare il Messia, avevano capito ed erano disposti a stare con Gesù anche se gli altri li avrebbero derisi.

Abbiamo vissuto questa settimana il terzo incontro con i gruppi di ascolto “il Pane nel deserto”. La manna con cui Dio ha cibato il popolo ebraico ci riporta al pane eucaristico che anima la nostra vita, come nelle difficoltà del cammino nel deserto, così il pane di cui ci nutriamo ogni domenica ci sostiene nelle difficoltà del nostro cammino quotidiano. Il fatto che ognuno raccoglieva la quantità di manna necessaria al suo fabbisogno, ci ha fatto riflettere anche sul nostro rapporto con i beni materiali per distinguere ciò che è davvero utile e ciò che è superfluo.

Nel discorso alla città in occasione di Sant’Ambrogio Mons. Delpini è sicuro che la convivenza in città sarebbe più serena e la presenza di tutti più costruttiva se, dominando l’impazienza e le pretese, potessimo essere tutti più ragionevoli, comprensivi, realisti nel considerare quello che si fa, quello che si può fare per migliorare e anche quello che non si può fare. Il rispetto delle regole e del prossimo è un frutto del senso civico, del senso di appartenenza alla comunità, della persuasione che il bene comune del convivere in pace sia da anteporre all’interesse privato momentaneo e che il danno arrecato a una comunità prima o poi danneggi anche chi lo compie.

Nella Solennità dell’Ordinazione di Sant’Ambrogio l’Arcivescovo ha presieduto il Pontificale “…Ambrogio si è reso docile al comando del Signore ed è stata immagine viva del buon pastore: ha dato la vita perché la Chiesa fosse unita, segno della vocazione universale a quella vita che rende fratelli. Ha consumato le sue fatiche, le sue sostanze, ha impegnato la sua intelligenza, per liberare la Chiesa dalla dispersione, dalla divisione, dalla rassegnazione, dall’arrendersi alla conflittualità. Il Signore e Ambrogio ci suggeriscono che il nostro compito è quello di continuare la missione di radunare il popolo disperso, di sentire il dramma di tanti abbandoni, di tanti che si disperdono e che, inseguendo gli idoli, dimenticano la fonte della vita e i luoghi della fraternità e sentire come una ferita personale le divisioni che ci separano, l’incapacità di comunicare che ci rende condannati alla solitudine. Gente, insomma, capace di donare la vita per amore…”.

Nella quarta domenica di Avvento Mons. Delpini ha invitato gli operatori del mondo del volontariato, a loro ha detto il suo grazie per quel prodigio che è la dedizione affidabile: non un colpo di bacchetta magica, ma il servizio fedele, la presa in carico di un bisogno in modo stabile. Il volontariato rende abitabile la terra, visita le zone d’ombra della comunità, raccoglie le pene diffuse, interroga l’esasperazione irrequieta e si mette a disposizione, non solo per offrire il sollievo di un piccolo servizio o una compagnia di conforto palliativa, ma per stabilire un’alleanza.

Anche in piazza San Pietro sono pronti l’albero e il presepe, due segni che ci parlano del Natale e ci aiutano a contemplare il mistero di Dio fattosi uomo per essere vicino a ciascuno di noi. L’albero di Natale con le sue luci ci ricorda che Gesù è la luce del mondo, è la luce dell’anima che scaccia le tenebre delle inimicizie e fa spazio al perdono. L’abete rosso con la sua altezza di oltre venti metri, simboleggia Dio che con la nascita del suo Figlio Gesù si è abbassato fino all’uomo per innalzarlo a sé ed elevarlo dalle nebbie dell’egoismo e del peccato. Il Figlio di Dio assume la condizione umana per attirarla a sé e farla diventare partecipe della sua natura divina e incorruttibile. Il presepio, posto al centro della Piazza, è realizzato con la sabbia, materiale povero, richiama la semplicità, la piccolezza e anche la fragilità con cui Dio si è mostrato con la nascita di Gesù nella precarietà di Betlemme.

Durante l’Angelus dell’Immacolata il Papa ci ha invitati ad iniziare la giornata con la frase “Eccomi Signore”, come l’Eccomi di Maria. Ciò non vuol dire che per lei la vita sia stata facile, no. Stare con Dio non risolve magicamente i problemi. Lo ricorda il Vangelo, l’angelo lascia la Vergine sola in una situazione difficile. Lei conosceva in che modo particolare sarebbe diventata Madre di Dio, ma l’angelo non l’aveva spiegato agli altri, solo a lei. E i problemi iniziarono subito: pensiamo alla situazione irregolare secondo la legge, al tormento di san Giuseppe, ai piani di vita saltati, a che cosa avrebbe detto la gente… Ma Maria mette la fiducia in Dio davanti ai problemi. Si fida di Dio. È certa che col Signore, anche se in modo inatteso, tutto andrà bene. Ecco l’atteggiamento sapiente: non vivere dipendendo dai problemi,  ma fidandosi di Dio e affidandosi ogni giorno a Lui.

Il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi sul “Padre Nostro”, ha incentrato la sua meditazione sul tema: una preghiera che chiede con fiducia. Gesù invita i suoi discepoli ad avvicinarsi a Dio e a rivolgergli con confidenza alcune richieste: anzitutto riguardo a Lui e poi riguardo a noi. Non ci sono preamboli nel Padre nostro. Gesù dice di rivolgersi a Dio chiamandolo “Onnipotente”, “Altissimo”, dice semplicemente Padre, con tutta semplicità, come i bambini si rivolgono al papà. E questa parola Padre, esprime la confidenza e la fiducia filiale. La preghiera del “Padre nostro” affonda le sue radici nella realtà concreta dell’uomo. Ci fa chiedere il pane, il pane quotidiano: richiesta semplice ma essenziale, che dice che la fede non è una questione “decorativa”, staccata dalla vita, che interviene quando sono stati soddisfatti tutti gli altri bisogni.

Stefania