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Sabato 23 novembre 2019

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Quando uno parla da Vescovo

Giovedì 21 febbraio il Vescovo ha incontrato i preti della zona di Varese al mattino e i laici presenti nei vari Consigli (pastorale e affari economici) alla sera. Credo che sia stato per lui il settimo incontro fatto per le sette zone della  diocesi. Era un momento per “formare”, fare forma ad una Chiesa che “gli è capitato”… di dovere guidare.

Mi permetto di usare lo spazio di questa rubrica per raccontare la percezione avuta al mattino ascoltandolo insieme a tanti sacerdoti. Abituato a considerare Mario Delpini “il numero due” (Vicario generale del cardinal Scola), apprezzato per la sua comunicazione brillante, presentatosi con un suo profilo basso (come non ricordare il momento della nomina quando disse, confrontandosi con i suoi predecessori illustri, autori di libri o beati quali Ildefonso, Carlo Maria, Dionigi o Angelo: “Ma Mario che nome è? E poi scrivo racconti…”), ho percepito che ora è “il numero uno”, Vescovo della Chiesa di  Milano con il suo alto magistero. Non è partita nessuna  ironica e sottile battuta mentre ci parlava, non è caduto nella voglia di cercare un applauso o un sorriso: è filato in modo diretto mentre guardava tutti, forse, senza fissare nessuno, fino alla fine. L’ho sentito Vescovo, al centro del suo ministero (lo ha detto lui), quello di “creare comunione per una chiesa che cammini insieme su punti condivisi”. Poco da scherzare, non pie indicazioni, non generiche parole esortative. Anche le due lettere pastorali o i discorsi alla città hanno un certo stile e un contenuto non certo banali, per descrivere (oggi si dice così!) “il volto della chiesa”.

Ho percepito una certa somiglianza con le prime linee che il cardinal Martini indicava a partire dal 1980, quando da pochi mesi ero diventato sacerdote, proprio grazie alle sue mani. La “dimensione contemplativa della vita” fu il primo dei molti ribaltamenti che, durante il suo episcopato, sarebbero capitati. Fui entusiasmato per quella prima lettera allora perchè, da subito, dovetti riequilibrare ciò che avevo imparato in seminario, anche se furono necessari molti anni ( e dico molti anni…) per digerire il tutto.

Dimorare nello stupore” alza il tono rispetto ad un po’ di pessimismo presente tra noi credenti che dimentichiamo che Lui è presente, Lui lavora se lo si lascia lavorare: da qui la continua lode e rendimento di grazie, quasi come quel lebbroso ritornato dal Signore.

A proprio agio nella storia” ricorda il primato della vita pratica e concreta entro cui si gioca la nostra fede, stando nel mondo a contatto con le persone, adattando la creatività pastorale ai tempi che si vivono.

Il forte grido” riporta il tema centrale della lotta contro il male e il maligno che si infiltra nella chiesa, nella economia, nella politica, nella comunicazione. Obbliga ad essere puri dal male se vogliamo denunciare il male attorno a noi.

Guardare la sposa” come richiamo alla dimensione escatologica (Il compimento dell’eternità) che già viviamo, in cui siamo immersi grazie alla liturgia e dalla vita divina regalataci al battesimo.

Il vescovo ha concluso notando che, questi richiami su cui convergere, devono diventare patrimonio di tutti, nell’azione e nella preghiera (rosario compreso) proprio perchè…forse non ci siamo.

Non volevo fare il riassunto dell’incontro ma raccontare come abbia percepito un momento “alto” di magistero di un Vescovo partito con un basso profilo. Ma, come diceva qualcuno, è “stare sulla cattedra di Ambrogio che cambia la persona”, come dire che lo Spirito Santo opera in abbondanza sul vescovo di Milano anche se semplice, se piccolo di statura, se ironico o semplice nel suo dire. A me così pare.

don Norberto